File:Frederic Leighton-Orfeo ed Euridice-1864.jpg - Wikipedia

Il mito di Orfeo e Euridice

Orfeo s’innamora di Euridice e la sposa. Ma lei viene morsa da un serpente e muore. Distrutto dal dolore, Orfeo va negli inferi per riaverla. Tali sono la forza del suo amore e del suo canto che Persefone e Ade si commuovono, e gli concedono di riportare Euridice con sé a patto di non voltarsi mai. Nella risalita, Orfeo non resiste alla tentazione e si volta per controllare che la sua amata sia con lui. In un attimo Euridice scompare nell’abisso.

«Che farò senza Euridice?» canta un Orfeo affranto alla scomparsa della sua amata, la driade – una ninfa dei boschi –, che ha perduto perché si è voltato troppo presto mentre la riportava dal regno dei morti a quello dei vivi. Orfeo sprofonda nella disperazione mentre intona la famosa aria musicale in Orfeo ed Euridice (1762) di Christoph Willibald Gluck e del librettista livornese Ranieri de’ Calzabigi, che proprio con questa creazione mirano a riformare dall’interno l’opera lirica. E, non a caso, più di un secolo e mezzo prima, nel 1607, un altro celebre compositore, il cremonese Claudio Monteverdi, aveva scelto lo stesso mito greco come soggetto del primo capolavoro nella storia del melodramma.